mercoledì 5 febbraio 2014

GIOVANI TALENTI: KEITA BALDE' DIAO

Keita Baldé Diao nasce ad Arbùcies (Catalogna) l'8 marzo 1995 da genitori senegalesi.
Viene notato dal Barcellona giovanissimo ed entra a far parte del floridissimo vivaio blaugrana. Sembra la solita storia dei giovani "culés" che percorrono tutto il settore giovanile per arrivare in prima squadra e prendere il posto del loro idolo, ma questa volta il destino vuole che vada diversamente. 


BLAUGRANA - Un giovanissimo Keita ai tempi del Barcelona
E' il 2010 quando il giovane Keita, all'epoca quindicenne durante un torneo in Qatar decide di infilare dei cubetti di ghiaccio nel letto di un suo compagno di squadra; la bravata costa cara al ragazzo, che viene costretto a trasferirsi obbligatoriamente al Cornellà, una società satellite, per una stagione. Tanto basta al ragazzino per giganteggiare mettendo a segno 47 reti e decidere di staccare il cordone che lo lega al Barcellona; troppo grande l'affronto, troppo poco l'affetto a lui dimostrato, a differenza di Igli Tare. Il ds della Lazio rimane stregato dalle potenzialità del ragazzo e vuole a tutti i costi metterlo sotto contratto. Fortunatamente per il mondo biancoceleste l'impresa riesce e nonostante l'anno di inattività forzata a causa del suo status di extracomunitario il sedicenne Keita è ufficialmente un giocatore laziale. Nella stagione 2012-2013 Keita mette in luce tutte le sue qualità e trascina, insieme all'amico ex Barcellona Tounkara, la primavera della Lazio verso lo scudetto di categoria. Ai piani alti si accorgono di lui e Petkovic non può fare altro che aggregarlo alla rosa della prima squadra. La sua abilità con ambo i piedi, la sua devastante velocità e una buona tecnica di base gli danno la capacità di spaccare letteralmente le partite e l'impatto è impressionante. Nella prima parte di campionato disputa 11 partite realizzando 3 gol, uno più bello dell'altro (vedi il gol al Napoli in cui scarta tutta la difesa prima di scaricare un destro potentissimo all'incrocio). Petkovic o il subentrato Reja non possono fare altro che dargli sempre più spazio ed ora Lotito si coccola stretto stretto il piccolo campioncino sfregandosi già le mani in previsione dei futuri guadagni.

PROMESSA - Keita in maglia biancoceleste

REPORT: ATLETICO DE MADRID

Talmente stupefacenti tanto da guadagnarsi i complimenti pubblici da (un impaturito) Galliani.
La più grande sorpresa calcistica a livello europeo  è sicuramente l'Atletico Madrid guidata dal "Cholo" Diego Pablo Simeone.
In un campionato come la Liga spagnola dominato dal duo Barcelona-Real Madrid da quasi una decade (unica eccezione il campionato 2007-2008 in cui il Villareal si classificò secondo alle spalle del Real, ma comunque i blaugrana si piazzarono subito dietro), la squadra meno nobile di Madrid sta stupendo il mondo intero riuscendo dopo ventidue giornate a conquistare il primato solitario. Orfano a causa della partenza nel mercato estivo del loro diamante più brillante, ovvero quel Radamel Falcao che ha preferito i (tanti) milioni del Monaco al progetto "colchonero", l'Atletico è ripartito più forte di prima reinvestendo il denaro sull'esperienza di David Villa, prelevato per un tozzo di pane dal Barcelona e Alderweireld, solido difensore belga dall'Ajax, ma soprattutto il vero punto di svolta è stata la maturazione di Diego Costa che con i suoi 24 gol in 25 presenze, compresi i 3 in Champions League sta diventando l'oggetto del desiderio di tutte le big europee (soprattutto il Chelsea di Mourinho).  Il segreto del successo però non si trova in campo, ma siede in panchina e si chiama Diego Pablo Simeone. Arrivato nel dicembre 2011 alla prima stagione vince già l'Europa League sconfiggendo nettamente l'Athletic Bilbao per 3-0 nella finalissima disputata a Bucarest. 
IL MISTER - "El Cholo" Diego Pablo Simeone

Il suo 4-4-2 quasi scolastico ha portato compattezza ad una compagine senza grandi nomi, ma con giocatori propensi al sacrificio. Il "Cholo" è riuscito nell'impresa di disciplinare Arda Turan, turco geniale ma troppo discontinuo nelle stagioni precedenti, ora perno fondamentale e assist-man imprescindibile nell'undici di partenza. La difesa a zona ed i giocatori tutti dietro la linea della palla pronti a ripartire esaltano le caratteristiche della coppia Godin-Miranda, soprattutto il secondo impressiona per la sua eleganza e la tempestività nelle chiusure. Tiago, macchinosissimo regista portoghese ex Juventus sta vivendo una stagione da incorniciare, come l'emergente Koke, 22enne di cui sentiremo parlare e il sempre verde David Villa. "El Guaje" sta vivendo una seconda giovinezza diventando la spalla perfetta per Diego Costa e togliendosi anche la soddisfazione d'insaccarla per 11 volte in campionato. 

MODULO - Il 4-4-2 con marcatura a zona dei "Colchoneros"

All'ombra di tutti questi "mostri sacri" sta crescendo pure Oliver Torres, classe '94 in questa stagione in prestito al Villareal;  "il nuovo Xavi"  come viene soprannominato sta già scalando le selezioni giovanili spagnole arrivando fino all'under 21. L'Atletico Madrid è ancora in corsa in tutte e tre le competizioni: primo in campionato, ottavi di finale di Champions League contro il Milan e semifinalista in Coppa del Re contro il Real Madrid. Febbraio sarà un mese che dirà tanto sulle ambizioni madridiste, ma sicuramente nessun membro dell'armata Simeone vorrà smettere di sognare.

Tiago, Godin, Diego Costa esultano in occasione di un gol

PERCHE' SEGUIRE IL MODELLO DEL CALCIO TEDESCO

Negli ultimi anni il calcio italiano ha perso parecchio appeal nei confronti degli altri principali campionati europei e campioni come Ibrahimovic ed Eto’o hanno preferito emigrare piuttosto che rimanere nel nostro campionato.
Ma siamo sicuri che questo declino non possa essere trasformato in qualcosa di positivo?
Il calcio tedesco ad inizio anni 2000 ha avuto una flessione molto simile alla nostra, con le principali squadre di club come Bayern Monaco e Borussia Dortmund che erano puntualmente e facilmente surclassate dagli altri top team europei. Prima della finale di Champions League di quest’anno, l’ultimo successo nella massima competizione del nostro continente di una squadra tedesca risaliva addirittura alla stagione 2000-2001, quando a San Siro il Bayern sconfisse ai calci di rigore il Valencia di Hector Cuper.
Le cause della rinascita del calcio tedesco sono molteplici e facili da individuare se si paragonano i bilanci delle società tedesche con quelli delle società italiane.
Il primo dato da analizzare è quello riguardante i ricavi derivanti dagli stadi: In Germania i ricavi totali sfiorano i 385 milioni di euro, mentre in Italia la cifra si avvicina a malapena alla metà nonostante il prezzo medio di un biglietto per assistere alla partita sia inferiore. Questo dato è sicuramente condizionato dalla maggiore affluenza media del pubblico tedesco che nel 2011-2012 ha toccato la cifra record di 45.116 persone di media a partita, contro la miseria di 22.005 spettatori per incontro in Italia (-6,5% rispetto alla stagione precedente). Per fare un esempio, il Milan è la squadra con l’affluenza media più alta in Italia, 48.487 spettatori (55% del riempimento totale), ma non si avvicina nemmeno minimamente al Borussia Dortmund che nell’ultima stagione ha realizzato una cifra di 80.521 persone a partita (93% del riempimento totale). Gli stadi tedeschi godono, oltre ad una maggiore capienza, anche di una maggiore modernità nei servizi per merito delle ristrutturazioni fatte in vista dei Mondiali di Germania del 2006; ben 7 impianti infatti sono stati ristrutturati mentre 5 sono stati costruiti apposta per l’evento planetario, tra cui l’Allianz Arena, il gioiellino da 70.000 posti del Bayern Monaco.
Un secondo dato importante è il confronto dell’età media dei calciatori presenti nelle due massime serie.
Anche qui la Bundesliga si dimostra all’avanguardia con un’età media di 25,66 anni contro il 27,54 della Serie A, che è inoltre il valore più alto considerando tutti i più importanti campionati europei. Questo dato è da collegare alla percentuale di calciatori provenienti dalle giovanili, che in Germania raggiunge il 16% del totale mentre in Italia “solo” il 7%. Questi dati sicuramente rafforzano l’idea che le società della massima serie italiana siano restìe a lanciare i giovani provenienti dai loro vivai, spesso utilizzando la motivazione della paura di bruciarli prematuramente, mentre il caso tedesco afferma esattamente l’opposto dato che negli ultimi anni dalle giovanili teutoniche sono usciti giocatori del calibro di Ozil, Neuer, Muller, Gotze e Reus solo per citarne alcuni. Da evidenziare anche il dato riguardante ai calciatori stranieri presenti nel campionato: 48,7% per la Serie A contro il 44,8% della Bundesliga.
Un’ultima analisi riguarda il gettito fiscale che penalizza pesantemente il calcio italiano. La cifra che le società italiane hanno dovuto sborsare nei confronti del fisco quest’anno tocca la clamorosa quota di 904 milioni di €, con un aumento di 200 milioni negli ultimi 5 anni, contro i 719 milioni di € delle società tedesche. E’ chiaro che tutto ciò abbia un impatto nettamente diverso sui rispettivi bilanci e permetta quindi alle società tedesche di avere maggiore liquidità e di essere più competitive nel campo dei trasferimenti.
Per rilanciare il calcio italiano emulando quello tedesco è quindi necessario lavorare su questi tre aspetti: stadi di proprietà o almeno ristrutturati che attirino una quantità sempre maggiore di spettatori; ringiovanire le rose dando più spazio ai giovani talenti provenienti dai vivai; diminuire il gettito fiscale nei confronti dei club.
Bisogna sperare che le società italiane non perdano tempo e soprattutto opportunità per rilanciare un campionato che ormai si sta allontanando sempre di più dall’olimpo del calcio che conta.


(fonti Report calcio tedesco ed italiano 2013)

SPETTACOLARE - L'Allianz Arena "casa" del Bayern Munich






NII LAMPTEY - DA NUOVO PELE' A SCHIAVO DEL CALCIO MODERNO

Nii Lamptey nasce ad Accra (Ghana) il 10 dicembre 1974 e cresce con un unico sogno, quello di diventare un calciatore professionista per scappare dalla condizione di povertà in cui vive.
La sua carriera è quella della classica promessa sfumata costretta a girare il mondo:
cresce in un ambiente difficile, subendo ripetuti abusi da parte dei genitori che così facendo lo portano ad isolarsi, trovando nel calcio l'unica via di fuga. Gioca a calcio tutti i giorni dormendo addirittura per strada per la paura di tornare a casa.
A soli 14 anni gioca il suo primo Mondiale Under-16 con le stelle nere ben figurando e guadagnandosi la nomina di "nuovo Pelè" proprio da O'Rey in persona.
Si mette in luce ai Mondiali Under-17 del 1991 (competizione che vedeva giocatori del calibro di Alessandro Del Piero, Marcelo Gallardo e Juan Sebastian Veron) conducendo a suon di reti il Ghana alla vittoria finale.
Nel 1990 ha la grande occasione di giocare in Europa, lo vuole l'Anderlecht in Belgio, ma la federazione ghanese si oppone ritirandogli il passaporto e "costringendolo" a scappare prima via taxi fino al confine e poi a piedi nella foresta per arrivare a Lagos, in Nigeria e da lì partire per il vecchio continente.
Fino al 1993 gioca  nell'Anderlecht anche se la sua migliore stagione rimane la prima quando esordì giovanissimo in prima squadra segnando 7 gol in 14 partite. Non è una vera e propria prima punta, ma era considerato più che altro come un promettentissimo trequartista dato anche il suo fisico minuto (alto solo 173 centimetri). Nella stagione 1993/1994 arriva la grande occasione: il trasferimento in Olanda al PSV dove gioca la sua migliore stagione con 22 presenze e 9 gol.
Da qui in poi il declino e Nii comincia a girovagare come fosse un pacco postale: si affida a un agente italiano, Antonio Caliendo, che invece di aiutarlo lo tratta "come una pezza da piedi" (come riferisce un agente tedesco durante il documentario dedicato a Lamptey, "Der afrikanische Pelé", il Pelé africano, trasmesso dal canale televisivo WDR) sfruttando la sua condizione di analfabeta (non sapeva nè leggere nè scrivere) dovuta alla difficile infanzia. Nel settembre del '94 l'Aston Villa in Premier League si fa avanti ma è un disastro, solo 6 presenze e nessun gol. L'anno successivo comincia ancora con i Villans per poi passare al Coventry ma il risultato non cambia: Lamptey non è tagliato per il calcio inglese. L'anno successivo arriva in Serie A a Venezia ma i risultati non migliorano, cinque presenze e zero gol. Nel 1997 finisce in Argentina, all'Union de Santa Fé: qui nasce il suo primo figlio che chiamerà Diego. Qui oltre alla sfortuna del calciatore entra in gioco anche la tragedia umana, il bambino infatti morirà presto a causa di una rarissima malattia. Il morale di Lamptey è a pezzi e a peggiorare le cose ci si mette il governo del Ghana che rifiuta la richiesta del giocatore di seppellire il figlio in Africa a causa delle discussioni che avevano portato il giocatore ad abbandonare la nazionale. Il ghanese lascia per un attimo il calcio per poi ricominciare subito, prima in Turchia all'Ankaragücü (tardo 1997) e l'anno dopo in Portogallo all'União Leiria. Dopo l'esperienza portoghese trova un agente tedesco che lo porta a giocare in Germania al SpVgg Greuther Fürth, squadra di serie B tedesca: qualche fiammata ma troppo isolata e lui non riesce ad adattarsi ne' al campionato ne' alla realtà tedesca. Qui è addirittura ignorato dai suoi compagni di squadra tanto che uno di loro si rifiuterà di dormire nella stanza d'albergo con lui. Nasce la sua seconda figlia; ma il destino sembra accanirsi con il povero Nii: anche lei muore poco tempo dopo e anche a lei viene negato l'espatrio in Ghana per il funerale. Dopo una brevissima parentesi in Polonia al Groclin, Lamptey parte alla volta dell'Asia, prima in Cina, allo Shandong (dove finalmente ritrova la forma,l'affetto dei tifosi e dei critici) e poi negli Emirati Arabi al Al-Nasr. Nel settembre del 2005 riesce a ritornare in Ghana (primo giocatore ghanese famoso in Europa a tornare a giocare nel suo paese d'origine) al Kumasi Asante Kotoko per terminare la carriera nel 2008.
In un'intervista rilasciata per un documentario tedesco "Der afrikanische Pelé" afferma di non sentirsi un perdente, ma quasi un soravvissuto. Ora ha fondato una scuola calcio che porta il suo nome e che è tutto il suo orgoglio perchè lui sa che, nonostante tutte le sfortune avute nella vita, bisogna sempre rincorrere i propri sogni cercando di trasformarli in realtà, nonostante tutto, più forte di tutti.

Nii Lamptey - "reduce" del calcio moderno